Thucydides, Pelopennesian War (II,35)- Pericle’s Funeral Oration

7 02 2010

We have a form of government which, because in the administration it hath respect not to a few, but to the multitude, is called a democracy.
Wherein, though there be an equality amongst all men in point of law for their private controversies;
Yet in conferring of dignities one man is preferred before another to public charge and that according to the reputation, not of his house, but of his virtue; and is not put back through poverty for the obscurity of his person, as long as he can do good service to the commonwealth.
And we live not only free in the administration of the state, but also one with another void of jealousy touching each other’s daily course of life; not offended at any man for following his own humor, nor casting on any man censorious looks, which though they be no punishment, yet they grieve.
So that conversing one with another for the private without offence, we stand chiefly in fear to transgress against the public; and are obedient always to those that govern and to the laws, and principally to such laws as are written for protection against injury, and such unwritten, as bring undeniable shame to the transgressors. (…)
We leave our city open to all men; nor was it ever seen, that by banishing of strangers we denied them the learning or sight of any of those things, which, if not hidden, an enemy might reap advantage by; not relying on secret preparation and deceit, but upon our own courage in the action. (…)
And yet when from ease rather than studious labor, and upon natural rather than doctrinal valor, we come to undertake any danger, we have this odds by it, that we shall not faint beforehand with the meditation of future trouble, and in the action we shall appear no less confident than they that are ever toiling; procuring admiration to our city as well in this as in divers other things.
For we also give ourselves to bravery, and yet with thrift; and to philosophy, and yet without mollification of the mind. And we use riches rather for opportunities of action, than for verbal ostentation: and hold it not a shame to confess poverty, but not to have avoided it.
Moreover there is in the same men, a care both of their own and the public affairs; and a sufficient knowledge of state matters, even in those that labor with their hands. For we only think one that is utterly ignorant therein, to be a man, not that meddles with nothing, but that is good for nothing. We likewise weigh what we undertake, and apprehend it perfectly in our minds; not accounting words for a hindrance of action, but that it is rather a hindrance to action to come to it without instruction of words before.
For also in this we excel others; daring to undertake as much as any, and yet examining what we undertake; whereas with other men, ignorance makes them dare, and consideration dastards. And they are most rightly reputed valiant, who though they perfectly apprehend both what is dangerous and what is easy, are never the more thereby diverted from adventuring. Again, we are contrary to most men in matter of bounty. For we purchase our friends, not by receiving, but by bestowing benefits. And he that bestoweth a good turn, is ever the most constant friend; because he will not lose the thanks due unto him from him whom he bestowed it on. Whereas the friendship of him that oweth a benefit, is dull and flat, as knowing his benefit not to be taken for a favour, but for a debt. So that we only do good to others, not upon computation of profit, but freeness of trust .

Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d’esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l’assoluta equità di diritti nelle vicende dell’esistenza privata; ma dall’altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell’appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero, ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d’impedimento la modestia della sua condizione. Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s’intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po’ a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti. La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un’indiscutibile condanna: il disonore. (…)
La nostra città accoglie tutti, senza provvedimenti d’espulsione per segregare i forestieri da qualche nostro segreto, morale o materiale, che diffuso e caduto sotto gli occhi di un eventuale nemico lo potrebbe gratificare d’un vantaggio.
«Amiamo la bellezza, ma con limpido equilibrio coltiviamo il pensiero, ma senza languori. Investiamo l’oro in imprese attive, senza futili vanti. Non è vergogna, da noi, rivelare la propria povertà: piuttosto non saperla vincere, operando.
In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente a gli incarichi pubblici, qualunque sia per natura la consueta mansione. Poiché unici al mondo non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma inutile. (…)
Saldissimi di cuore si giudicherebbero in modo retto coloro che penetrano nitidamente e distinguono le difficoltà e i diletti della vita, ma non per questo volgono le spalle di fronte ai pericoli. Per noi la nobiltà di spirito riveste un senso opposto all’interpretazione corrente: ci procuriamo le amicizie operando, non ricevendo benefici. L’autore di un beneficio mantiene più ferma la sua amicizia, in modo da custodire, come un pegno, la gratitudine, colma di simpatia del beneficato: chi rende un favore è più tiepido, poiché comprende che il suo ricambiare non è uno spontaneo atto di benevolenza, ma un debito assoluto. E soli offriamo altrui il nostro aiuto, non ponderando l’utile che ne potremo trarre, ma spinti dalla franca fiducia nel nostro spirito libero.
Dirò, in breve, che la città nostra è, nel suo complesso, una viva scuola per la Grecia. Non solo, ma in particolare mi sembra che ogni cittadino, educato alla nostra scuola, acquisti una personalità completa, agile all’esercizio degli impegni più diversi, con elegante disinvoltura. Non è questo puro splendore di parole, degno dell’occasione attuale, ma effettiva realtà.

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