Sull’etica protestante e quella cattolica…

12 02 2010

Riporto con piacere un estratto di un dibattito, che mi vede direttamente coinvolto, sui due sistemi culturali a confronto, quello tedesco e quello italiano, con sullo sfondo il tema della creatività.

Questa discussione è, nelle mie intenzioni, una discussione sui tratti caratteriali predominanti delle due nazionalità italiana e tedesca anche se non sui “sistemi sociali”.

A costo di suscitare un vespaio di polemiche, ritengo che il sistema tedesco, pur nella sua apparente (e talvolta reale) rigidezza, sia non solo più efficiente (consumi meno risorse a parità di output) ma anche più efficace (consegua un miglior risultato). Inoltre mi piace qui ricordare come i miei rapporti con la Germania si articolino a diversi livelli, da quello personale a quello professionale e spazino ormai su un arco temporale ormai trentennale (ahimè) e quindi come la mia esperienza sia “multidimensionale”.

Spesso uso una storiella per spiegare a chi me lo chieda la differenza fra Italiani e Tedeschi. A scanso di equivoci la racconto ancora: “ Un Tedesco ed un Italiano emigrano in America; il Tedesco, sconvolto per il caos rifà i bagagli e se ne torna a casa, l’Italiano si apre una pizzeria. Dieci Italiani e dieci Tedeschi vanno in America; i dieci Italiani si aprono dieci pizzerie il Tedeschi fondano una città.” Senza scomodare Max Weber e l’etica protestante, ritengo tuttavia che le forze e le debolezze delle persone, e come tali della somma di esse, dei popoli, finiscano per coincidere. La nostra forza (e debolezza) è il nostro individualismo, che pur “salvandoci la vita” a titolo individuale, ci condanna come popolo.

L’individualismo, che naturalmente sconfina nell’egoismo, è il mezzo che ci viene insegnato sin da piccoli per fare fronte alla mancanza di strutture sociali di supporto. L’individualismo in Italia ha tanti nomi diversi: l’arrangiarsi, la furbizia, il cavarsela. L’individualismo diviene il germe che mina la costruzione sociale nel suo assieme e, come conseguenza impone la famiglia come unico strumento di supporto sociale. Il risultato? Il familismo che pervade l’intero sistema economico, il nepotismo, il ricrearsi del fenomeno delle caste sociali (quella degli avvocati, dei notai, dei medici e via trascorrendo). Esistono differenze sociologiche strutturali fra noi ed i tedeschi.

Uno studio di Geert Hofstede (sociologo che ha lavorato trent’anni per IBM nel mondo), ha identificato 5 variabili fondamentali che distinguono significativamente le diverse popolazioni del pianeta: 

  1. L’accettazione della disuguaglianza sociale (power distance)
  2. L‘accettazione dell’incertezza sociale (Avoidance of Incertainty) 
  3. Il grado di femminilizzazione della società 
  4. L’orientamento al futuro 
  5. Individualismo vs. collettivismo

Senza addentrarci nello studio sociologico, sono sicuro che già intuitivamente sia possibile immaginare dove si posizioni l’Italia rispetto la Germania, ed, in effetti, lo studio lo conferma. Noi Italiani siamo cosi, individualisti, calati nel presente, disposti ad accettare un più elevato grado di disuguaglianza sociale e di incertezza e decisamente “machisti”, i tedeschi meno di noi in ognuna di queste variabili. Noi italiani non crediamo al futuro, cerchiamo di massimizzare l’uovo dell’oggi senza curarci della gallina del domani, e siamo decisamente “ognun per sé e Dio per tutti”.  A titolo personale aggiungerei una sesta dimensione che è quella della “fiducia vs. la sfiducia”. La cultura italiana, cattolica ed intrinsecamente ipocrita è una cultura di sfiducia mentre quella anglosassone di fiducia. La dimensione della fiducia è talmente alta che uno dei peggiori peccati nel mondo anglosassone è la menzogna e la conseguente perdita della fiducia.

Il nostro sistema è invece dominato dal principio di sfiducia, come anche dimostrato da un “Corpus Juris” tra i più ponderosi del mondo.

Il risultato come “Sistema Paese” è, a dir poco, disastroso ed è anche facile immaginare, nella sommatoria di questi comportamenti individuali, quale sia il risultato complessivo. Il nostro cinismo si mescola ad un fatalismo atavico ed il risultato che siamo disposti a vendere la nostra etica per un pugno di ceci. La politica ne è lo specchio fedele. E quindi, in questo anarchismo irrazionale di fondo in cui si pasce il paese è evidente che l’aspirazione ad un mondo più ordinato (che pure ognuno sente) non parta da un principio di “fiducia” ma aspiri ad un generico bisogno di ordine da impartirsi, se necessario anche con la forza. Questa “Weltanschauung” genera comportamenti profondamente errati e improduttivi, anche se istintivamente appaiono non esserli.

È stato calcolato come il 50% del traffico in Italia sia frutto dei comportamenti e non della mancanza di infrastrutture. Il mio classico esempio è quello dell’acquisto del giornale quotidiano. Al mattino mi fermo in doppia fila, di fronte all’edicola per acquistare il giornale, è solo una questione di minuti e non perderò tempo sul mio tragitto al lavoro. Naturalmente ciò che non calcolo è che, nel momento in cui il mio comportamento diviene collettivo, il “sistema” diventa inefficiente ed io arriverò più tardi al lavoro ugualmente. Ritengo dunque come te che nel confronto dei due “sistemi” il nostro carattere ci condanni al secondo posto (ed in realtà se si allarga la competizione ci rimandi in fondo alla classifica).

Ma veniamo adesso agli individui ed in particolare sul tema della creatività. La questione è quale dei due sistemi stimoli una maggiore creatività. Il tema è complesso ed occorrerebbe innanzitutto definire che si intende per creatività. La creatività cui io faccio riferimento è la capacità di sviluppare una visione alternativa ed originale. Ammetto di non disporre se non di esperienze empiriche personali ed il rischio di scivolare sui luoghi comuni è enorme. Tuttavia, ritengo che la jungla italiana generi due categorie di Italiani, la prima è quella dominante dei rassegnati, incazzati, che tirano a campare, senza nessuna speranza nel domani, la seconda, minoritaria, dei creativi, che non vogliono rassegnarsi a questa situazione ma che, come individui, non possono avere la forza di cambiare il piccolo mondo italiano. Allora, questo gruppo sviluppa, obbligatoriamente, come strumento necessario alla sopravvivenza, una propria visione alternativa della vita e non credendo di poter cambiare il mondo ( non fidandoci di nessuno) la usano a vantaggio proprio. Questa struttura mentale del porsi sistematicamente la domanda “c’è un’alternativa?”, del non accettare i sentieri battuti perché troppo scontati, del non credere che viviamo nel migliore dei mondi possibili è, nella mia esperienza, maggiormente più frequente negli Italiani che non nei Tedeschi (ma anche che in tanti altri popoli europei).

In effetti, se ci si pensa, noi Italiani eccelliamo in tutto ciò che è individuale per eccellenza (artisti, registi, attori, cantanti, ma anche architetti, designer). Ma siamo delle autentiche frane nella capacità di organizzare sistemi… ”

E voi che ne pensate? Aspetto con piacere le vostre reazioni.

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4 responses

2 03 2010
Riccardo Finco

Buongiorno dott.Saltalamacchia,

ho letto il suo blog e devo constatare che gli esempi citati così come le considerazioni relative tracciano un quadro per molti versi aderente alla realtà (!) che denota una reale conoscenza delle due culture e (ahinoi!) esperienza di lunga data…..
Ciò su cui personalmente non concordo è la modesta valutazione del valore del nostro popolo e della nostra cultura , che esce fin troppo ridimensionato dal confronto nel momento in cui si analizzano a livello di sistema organizzativo i due paesi: lavoro da sempre per o con realtà industriali tedesche e sempre nel mondo dell’auto e mi creda che non ho mai visto alcuna azienda tedesca avere la stessa propensione che hanno invece molte aziende italiane nel trovare soluzioni alternative ed innovative nel momento in cui si presentano problemi nuovi mai afforntati prima.
Non tocco volutamente argomenti come flessibilità, capacità di improvvisazione ed altro che sono tratti tipici del nostro “way of doing” e vengono utilizzati per esemplificare per lo più i nostri limiti che non le nostre qualità ma voglio invece mettere in risalto come il nostro popolo abbia per certi versi un’ apertura maggiore nel valutare punti di vista e modi di fare altrui (siamo molto poco nazionalisti e ci facciamo affascinare ed influenzare positivamente dagli altri che fanno meglio di noi….) cosa che i tedeschi non sempre dimostrano di fare,o se ne sentono l’esigenza cercano di nasconderla.
Dire queste cose mi costa parecchio perchè conosco la loro forza organizzativa e l’output che ne consegue ma dall’altro lato ne conosco anche alcuni limiti primo fra tutti pensare di essere sempre e comunque i primi della classe senza rendersi conto che le cose possono cambiare e cambieranno.
Quanto al concetto di fiducia , per ribaltare il discorso …….., penso che il tedesco patisca una sfiducia atavica nei confronti dell’italiano e questo è un vero peccato! Infatti , non ci sarebbe niente di più interessante che far convergere le differenze di questi due popoli per avere un compromesso ideale fra innovazione e creatività da un lato , e capacità di tradurre in pratica nel modo più proficuo e sistematico idee e concetti vincenti dall’altro: personalmente ho vissuto nel mia esperienza lavorativa un caso vincente di collaborazione fra le due “razze” (Audi/Lamborghini) che rende molto bene l’idea del potenziale!
per concludere , se dovessi rinascere e dovessi decidere come e dove, rinascerei italiano ed in italia per viverci la maggior parte del mio tempo , possibilmente al sud, possibilemente in sicilia…..
buona fortuna per la sua prossima avventura professionale !

Cordiali saluti

Riccardo Finco
(nato da madre tedesca e padre italiano)

2 03 2010
Marco Saltalamacchia

Gentile dott. Finco, la ringrazio per il suo interessante commento. Sicuramente i due popoli sono per molti aspetti “complementari” ma dubito che una “combinazione” sia realmente possibile. La nostra “genialità” è spesso sinonimo di improvvisazione ed “arrangiarsi” arte nella quale siamo senz’altro maestri. Tuttavia, se dobbiamo proprio parlare d’auto, l’improvvisazione è raramente compagna del controllo e della pianificazione che in un mondo caratterizzato da marginalità economiche sempre decrescenti diventano capacità critiche.

Io sono italiano (anzi siciliano) ed ho vissuto la mia vita tra il sud ed il nord europa e conosco bene le due mentalità (mia suocera è tedesca…). Scegliere dove rinascere è sempre un esercizio oltremodo complesso… ma se potessi forse oggi sceglierei forse il Sud Tirolo…

20 05 2012
IRS Lawyer

It’s a disgrace. The whole system is rigged by the corporatocracy with “our” politicians in their pockets. It’s been like this for years and years. Corporate greed sickens me. Political corruption sickens me. American capitalism sickens me.

24 05 2017
FRANCESCO MASTROPIERRO

Che peccato! essere arrivato così tardi in questa interessante discussione sulla mentalità italiana e tedesca. Vediamo se riesco a trovare una sintesi di ciò che vorrei dire….Se potessi inventare un nuovo mondo (o paese) mi piacerebbe una classe dirigente tedesca ed un popolo italiano. Questo mio popolo ha subito fin dal nascere della nazione le angherie di chi diceva di amarlo e di operare per il bene comune per poi sfruttarlo a suo uso e consumo. E’ un popolo che si è sempre sentito tradito dalla sua classe dirigente la quale diceva di “servire il popolo” per poi servirsene. Si, è vero. Noi italiani siamo troppo rassegnati per dare fiducia al prossimo potente di turno (di qualsiasi potere si parli) che desidera mettersi al nostro servizio. Abbiamo troppo da fare o per sbarcare il lunario o per difendere il nostro traguardo raggiunto. La Germania ha unito se stessa in 20 anni; noi in un secolo e mezzo siamo ancora una comunità di popoli. Colpa delle masse? Forse! Forse dovremmo fidarci di meno di chi ci guida e pretendere di più, costi quello che costi. E’ colpa della religione cattolica? Forse! Forse dovremmo essere più intolleranti con chi approfitta della nostra vita e del popolo italiano. E’ tempo di tornare a sperare e di ritrovare la fiducia in Dio (pregando) e nell’uomo. E’ anche tempo di tornare a studiare seriamente le nostre origini identitarie e le nostre tradizioni culturali. Scopriremo che forse la dottrina sociale della chiesa cattolica può aiutarci a non cadere nei luoghi comuni in termini di morale personale o sociale (sulla cui ignoranza -a partire dai media- stendiamo un velo pietoso). Il rischio è di cadere dalla pentola dell’individualismo e del familismo amorale alla brace del benessere materialista fine a se stesso, di stampo protestante. Ciò che non è riuscito al pensiero comunista -famiglia, società, lavoro, stato,- sta per essere disgregato dal pensiero unico. Speriamo che la società liquida non vada, con il tempo, in putrefazione.

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