Sognando un Paese normale – lettera ad un politico

18 02 2010

Di che materia è fatto il mio sogno? Domanda semplice e complessa al tempo stesso. La risposta è semplice, come ognuno la sa immaginare.

Il mio sogno è di vivere in un paese normale. Dove questa normalità è fatta delle cose che ciascuno sogna per sé stesso, per i propri cari, per il proprio Paese.  Le vorrei rispondere con Pericle (citato da Tucidide, Le Guerre del Peloponneso – Orazione Funebre di Pericle per i primi caduti (II, 35)):

“Il nostro ordine politico (…) è democrazia. Governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l’assoluta equità di diritti nelle vicende dell’esistenza privata; ma dall’altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell’appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d’impedimento la modestia della sua condizione. Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s’intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po’ a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti.

La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell’ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un’indiscutibile condanna: il disonore.

La nostra città accoglie tutti, senza provvedimenti d’espulsione per segregare i forestieri da qualche nostro segreto, morale o materiale, che diffuso e caduto sotto gli occhi di un eventuale nemico lo potrebbe gratificare d’un vantaggio.

Amiamo la bellezza, ma con limpido equilibrio coltiviamo il pensiero, ma senza languori. Investiamo l’oro in imprese attive, senza futili vanti. Non è vergogna, da noi, rivelare la propria povertà: piuttosto non saperla vincere, operando.

In ogni cittadino si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente gli incarichi pubblici, qualunque sia per natura la consueta mansione.

Poiché unici al mondo non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma inutile. Saldissimi di cuore si giudicherebbero in modo retto coloro che penetrano nitidamente e distinguono le difficoltà e i diletti della vita, ma non per questo volgono le spalle di fronte ai pericoli. Per noi la nobiltà di spirito riveste un senso opposto all’interpretazione corrente: ci procuriamo le amicizie operando, non ricevendo benefici. L’autore di un beneficio mantiene più ferma la sua amicizia, in modo da custodire, come un pegno, la gratitudine, colma di simpatia del beneficato: chi rende un favore è più tiepido, poiché comprende che il suo ricambiare non è uno spontaneo atto di benevolenza, ma un debito assoluto.

E soli offriamo altrui il nostro aiuto, non ponderando l’utile che ne potremo trarre, ma spinti dalla franca fiducia nel nostro spirito libero. Dirò, in breve, che la città nostra è, nel suo complesso, una viva scuola per la Grecia. Non solo, ma in particolare mi sembra che ogni cittadino, educato alla nostra scuola, acquisti una personalità completa, agile all’esercizio degli impegni più diversi, con elegante disinvoltura. Non è questo puro splendore di parole, degno dell’occasione attuale ma effettiva realtà.”

Questo era Pericle 2.500 anni fa. Ma i valori che caratterizzavano la supremazia della democrazia ateniese (contro quelli del regime militare che dominava Sparta) sono estremamente attuali.

Questi valori, che io reputo universali sono:

  • Democrazia, intesa come assoluta equità e certezza della Legge che è uguale per tutti e superiore ad ognuno. Ma anche Democrazia intesa come costante esercizio del diritto-dovere di controllo, democratico appunto, su chi per delega popolare, esercita il potere. 
  • Diritti fondamentali. Democrazia è anche la possibilità che va riconosciuta e garantita ad ognuno di avere pari diritti all’accesso a beni comuni come la salute, l’istruzione, il lavoro.
  • Rispetto per ognuno, in eguale misura. Va radicata nella nostra società la necessaria convinzione che tutti nasciamo uguali e che dunque a tutti vadano garantiti i medesimi diritti.
  • Merito. Questo non significa che la società non debba sapere valorizzare ed esaltare le individualità (ma non l’individualismo). La misura di questa esaltazione deve essere unicamente il ritorno che la Società riceve da queste individualità. L’egoismo, che pure è motore di ognuno, non può divenire valore in sé ma solo mezzo asservito al progresso morale e materiale della Società.
  • Etica. Prima della Legge scritta deve vigere la Legge morale, non scritta ma che vive in ognuno di noi. Solo l’esistenza di questa Legge morale ne assicura l’intimo rispetto, perché possiamo tradire chiunque ma riuscirà difficile tradire noi stessi e perché l’esclusione sociale che ne deriverebbe è assai più insopportabile d ogni altro vantaggio che ingiustamente ci procureremmo.

Questo è il sogno. Ma alla radice del progresso sociale sta la persona ed il sistema di valori su cui si costruisce la Società. “Ubi Societas ibi Ius”, dove esiste la Società là esiste il diritto, sostenevano i Romani. Il diritto, prima di essere sancito da leggi scritte, è un sistema di mutue regole e valori che ci diamo appunto per divenire Società e non aggregazione di individui.

Ma torniamo all’Italia  Berlusconi non è la causa di tutti i mali, ne è solo l’espressione “apicale”. Io sono Siciliano, e sono personalmente convinto che la Sicilianità sia solo la massima espressione dell’Italianità (o almeno di una certa Italianità), mi lasci citare il “Gattopardo” e sostituisca mentalmente la parola Italiani a quella Siciliani: “

Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.” (…) “Ma non le sembra di esagerare un po’ principe? Io stesso ho conosciuto a Torino dei Siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi son sembrati tutt’altro che dei dormiglioni”.”Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dell’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi; la crosta è già fatta, dopo: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori. (…)

I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?

Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è il feudalesimo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalesimo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve ritrovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare. Compiango; ma, in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi che non si possono fare ai Siciliani; ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male. È tardi. Chevalley: dobbiamo andare a vestirci per il pranzo. Debbo recitare per qualche ora la parte di un uomo civile.”

Bene. Questo è esattamente il punto. Ricordava spesso Pirandello che in siciliano il tempo futuro dei verbi non esiste. Eppure viviamo solo nel presente, qui ed adesso, e stiamo progressivamente perdendo il concetto stesso di futuro.

A dispetto di un malinteso senso di autocompiacimento, sul nostro stile di vita e su una presunta superiore qualità di vita in una classifica della National Science Foundation, l’italia è solo al 47mo posto su 97 Paesi analizzati sul tema della “felicità e benessere soggettivo percepito” (http://www.nsf.gov/news/newsmedia/pr111725/pr111725.pdf ).

Un altro indicatore significativo della perdita del senso del futuro sta in ciò che più di ogni altra cosa ne incarna il significato più profondo, i figli. In Italia, ormai da anni abbiamo il tasso di natalità più basso del mondo. Questa visione cinica dell’ineluttabilità della Storia, questa radicata convinzione che sia impossibile cambiare alcunché, sta alla base del fallimento della politica positiva e lascia solo spazio a quella che definisco la politica negativa.

A mio parere, esistono fondamentalmente due modi di fare politica, uno basato sulla paura (appunto negativo) ed uno sulla speranza (per contrappunto, positivo).

Tipicamente la destra “storica” italiana ha incorporato l’idea stessa di paura e di protezione. Più un popolo scivola nella paura, più la destra vince sino alle sue rappresentazioni estreme (dittatura). E noi Italiani abbiamo paura. Paura del mondo che si apre.

Paura di perdere quel poco che abbiamo raggiunto. I media controllati da Berlusconi (Osservatorio di Pavia) hanno dimostrato come l’attenzione mediatica data a fatti di violenza sia proporzionalmente cresciuta durante il periodo elettorale e discesa successivamente. Nonostante non ci sia stata nessuna riduzione della criminalità.

Al contrario, bisogna costruire una nuova proposta politica ed il terreno su cui si può e si deve vincere è quello della speranza e della volontà di costruire un futuro migliore.

Cos’è in fondo la politica se non la promessa di un mondo migliore? Ma dobbiamo riprenderci il futuro. Per farlo occorre costruire un sistema di comunicazione ampio e strutturato che faccia perno su pochi messaggi chiari e positivi e che contribuisca a costruire ottimismo e speranza.

Questo è il terreno su cui è possibile ed è possibile farlo adesso, all’indomani di una crisi profonda dove da un lato il sistema liberista “sregolato” (grazie Ms. Thatcher & Mr. Reagan)  ha dimostrato i suoi limiti e soprattutto la sua completa assenza di valori etici (al di là di un mal interpretato concetto di libertà) mentre la sinistra è invece arroccata nella strenua difesa degli interessi di chi un lavoro ce l’ha e non nella proposizione di una nuova visione della società, più moderna ed orizzontale.

Va costruito e proposto un nuovo sistema di valori al cui centro stia la persona e la cui sola misura di successo sia il progresso sociale inteso come la riduzione della miseria e la crescita della felicità collettiva. (“Happiness” by Lord Richard Layard – London School of Economics Centre for Economic Performance -2005)

Credo che questa sia la materia del mio sogno e spero davvero che non resti tale.

Un caro saluto.

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