Sustainability : “Our Common Future”

28 10 2010

Nel 1987 un’apposita commissione delle Nazioni Unite pubblica il Report of the World Commission on Environment and Development: Our Common Future) la cui risoluzione finale recita così:” We are unanimous in our conviction that the security, well-being, and very survival of the planet depend on such changes, now” introducendo per la prima volta il concetto di “sviluppo sostenibile” (per chi fosse interessato : http://www.un-documents.net/wced-ocf.htm ).

Sei anni dopo nel 2003, Robert Engle professore della New York University e Clive W. J. Wranger, professore dell’Università della California San Diego vengono laureati con il premio Nobel per l’Economia per “methods of analyzing economic time series with time-varying volatility (ARCH)”. In realtà, attraverso il loro lavoro congiunto vengono poste le basi scientifiche per lo sviluppo dei famigerati Credit Default Swap (CDS).

Adesso ci chiederemo, che cosa c’entra lo sviluppo sostenibile con i CDS? C’entra eccome.

I laureati in Economia appartenenti alla mia generazione (baby boomers) sono stati a lungo tormentati dalla fondamentale equazione di equilibrio dell’economia di lungo periodo :

R = I

ovvero

Risparmio = Investimento

Che prima ancora di esprimere una legge della macroeconomia esprime una legge della microeconomia (domestica) che ogni buon padre di famiglia ha per generazioni applicato: nel lungo periodo si può investire solo ciò che si è risparmiato.

La trovata dei CDS che cosa ha sostanzialmente determinato? Che, attraverso la “pacchettizzazione” dei certificati di credito e la loro successiva moltiplicazione (quante volte, figliolo?) abbiamo modificato l’equazione del bilancio nel modo seguente:

I = Rn

dove la dimensione di “n” è sconosciuta …

In pratica abbiamo impegnato in impieghi di lungo termine una quantità di denaro ben superiore a quanto fosse lo stock di risparmio disponibile, indebitando di fatto le generazioni future e tradendo un altro principio etico fondamentale su cui si basa la nostra società che è quello che stabilisce che il “debito generazionale” che abbiamo contratto nei confronti dei nostri genitori nascendo, lo assolviamo restituendo un mondo migliore ai nostri figli.

Il “Living Planet Report 2010” pubblicato dal WWF stabilisce come, nel 2030 occorrerà una seconda Terra per fare fronte al ritmo attuale di consumo delle risorse ( per i soliti interessati: http://wwf.panda.org/about_our_earth/all_publications/living_planet_report/ ).

Non voglio indugiare sulle ragioni sociologiche che hanno portato l’umanità a divenire miope (qui preferisco l’inglese “short-sighted” ), ognuno giudichi per sé, anche se credo che noi Italiani, in quanto a vista corta e totale disinteresse o sfiducia per il futuro non siamo secondi a nessuno. Qui mi limito solo a dire che questo approccio da “dancing orchestra on sinking Titanic” va solo bene su un transatlantico che affonda e che se amiamo i nostri figli davvero è tempo di cambiare! Perché uno sviluppo sostenibile non è solo utile ma è assolutamente necessario.

Vanno ritrovate le ragioni di uno sviluppo commisurato all’uomo, alla sua finitezza, ma soprattutto ad una visione che parta del principio che viviamo in un sistema biologico e sociale dove tutto è interconnesso e che il rischio di una partita a somma zero è troppo elevato per tutti i giocatori per giocarlo fino alle sue potenziali estreme conseguenze.

Marco Saltalamacchia

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