Euro: ma alla fine chi ci ha davvero guadagnato? I dubbi amletici di un europeista convinto

10 12 2010

Il 3 ottobre 1990 la Germania torna unita. Chi, come me, nato in un’Europa per la quale le due Germanie erano un fatto, vive l’esperienza unica e quasi impensabile della riunificazione. I costi di questa operazione sono inimmaginabili ma la loro grandezza è solo confrontabile con l’incrollabile fiducia che i tedeschi nutrono verso il loro Paese. Il costo complessivo della riunificazione è stato stimato nella iperbolica cifra di 1.500 miliardi di euro.

La Germania è già una grande potenza esportatrice, anzi è la più grande potenza esportatrice (sino al 2008 quando è stata superata dalla Cina). Dalla forza del suo export il paese trae tutte le risorse necessarie ad assicurare la sua stabilità sociale ed economica (nel 2008 l’export di beni e servizi ha rappresentato il 47% del prodotto interno lordo di cui il 63% è stato destinato a paesi UE).

Non si tratta di una scelta casuale. La volontà di utilizzare l’export come “arma strategica” è presente nei programmi governativi già dal dopoguerra. Nel 1953 il ministro dell’economia e futuro cancelliere Ludwig Erhard dichiara : “il commercio estero non è una attività specialistica di pochi che desiderino impegnarsi in essa, ma è la vera essenza del nostro ordine sociale ed economico”.

% export 1950 1960 1970 1980 1990 2008
9.3% 17,2% 23,8% 26,7% 33% 47%

.

Il paese è consapevole del proprio vantaggio competitivo e si organizza per tutelarlo ed accrescerlo. La coesione sociale, la forte condivisione delle scelte economiche, il modello partecipativo nella gestione delle aziende, con il sindacato coinvolto direttamente nelle scelte strategiche delle imprese attraverso la presenza dei propri rappresentanti nei Consigli di sorveglianza delle società, i forti legami tra Università, Stato e Impresa, sono solo alcuni esempi di un “sistema” che diventa sempre più aggressivo ma che è pronto anche a sacrifici pur di mantenere intatto il proprio vantaggio.

Come nell’era pre-bellica la Germania è una perfetta macchina da guerra, fortunatamente (?) adesso solo commerciale Ad invadere il mondo non sono più le Panzerdivision ma i suoi perfetti prodotti “made in Gemany”.

La Grande Germania ha sempre fatto paura all’Europa ed al mondo, che ha ripetutamente cercato, dopo i due grandi conflitti mondiali, di metterla in condizioni di non nuocere. È quindi impensabile per i governanti tedeschi presentare direttamente il conto della riunificazione all’Europa, che a sua volta, non è certo disposta a finanziarla. Bisogna aguzzare l’ingegno e fare della propria necessità virtù.

Il problema non ammette che una soluzione ed è quella di finanziare l’operazione contando sulle proprie forze ed in particolare sulla propria capacità di export, possibilmente, al passaggio, annientando anche gli avversari.

Come abbiamo visto, l’Europa rappresenta il maggior mercato di sbocco per l’export tedesco (60%) tuttavia l’instabilità dei cambi che è invariabilmente monodirezionale: il marco che si rafforza, soprattutto a causa del sistematico surplus di bilancio commerciale e le altre valute (specie la nostra) che si deprezzano per la ragione inversa. Per garantire la crescita occorre stabilità (vale anche il contrario come ci ha recentemente rispiegato Mario Draghi). Quale migliore idea allora di garantirsi un sistema di cambi fissi a protezione delle proprie esportazioni, azzerando i rischi di cambio e gli associati rischi di perdita di competitività? Se poi questo sistema si collega anche ad una valuta unica, risparmiamo anche gli oneri bancari legati al cambio valuta.

La Germania ha certamente beneficiato del’euro in misura non inferiore agli altri paesi. Tra l’altro, il vero capolavoro è anche stato mascherare alcune “svalutazioni competitive” attraverso la moneta unica. L’euro sarà introdotto a 1,18 contro il dollaro nel ottobre 1999 e scenderà rapidamente sotto la parità già nel gennaio 2000 per rimanervi fino a tutto il 2002 per poi risalire progressivamente sopra al livello di quotazione dal 2004 in avanti.

Quanto ha guadagnato la Germania da questo regime di cambi fissi? Se consideriamo l’evoluzione nel periodo euro (1998-2010) dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP) constatiamo che i prezzi al consumo in Germania sono cresciuti del 22,6% mentre in EU del 32.4% (in Italia del 36,7%) . In pratica i prezzi in Europa sono cresciuti l’8% in più che in Germania. Teoricamente, in un sistema di valute nazionali, ceteris paribus, avremmo dovuto ritrovare la medesima differenza nell’evoluzione dei cambi con una corrispondente perdita di competitività del sistema tedesco, che per mantenere la sua quota di mercato sull’export europeo (pari al 60% del 47% del PIL ovvero oltre 1.100 miliardi di euro) avrebbe dovuto scegliere tra riduzione delle quantità esportate oppure minori incassi a parità di output per circa 80 miliardi di euro l’anno (calcolate pure voi l’effetto sul minor gettito fiscale che ne sarebbe derivato per le casse federali).

Se volessimo ragionare “un tanto al chilo” potremmo dire che l’Europa ha “regalato” nei 12 anni di euro oltre 500 miliardi di euro di maggior “fatturato”. In pratica un buon terzo dei costi di riunificazione è stato gentilmente offerto dalla Comunità Europea.

Certo, si potrebbe obiettare che la colpa di un differenziale del costo della vita così importante non risieda solo dal lato dei tedeschi, che al contrario hanno saputo tenere la dinamica dei prezzi sotto controllo ma anche dal lato dei vicini europei che non sono stati altrettanto morigerati. Ma, a ben vedere sembrerebbe che per esempio noi italiani siamo stati più allineati al resto d’Europa che non la Germania.

A questo punto è legittimo domandarsi se le “paturnie” della signora Merkel circa l’opportunità di salvataggio dei paesi “meno virtuosi” (i PIGS) siano realmente giustificate o se si tratti solo di uno schermo politico ad uso interno per rabbonire un’opinione pubblica domestica che è semplicemente nostalgicamente affezionata alla perduta forza del Deutsche Mark ma che fatica a comprendere che deve proprio all’euro il proprio posto di lavoro.

Fonti:

  1. The German Economy and U.S.-German Economic Relations – U.S. Congressional Research Center – Jan 2010 http://www.fas.org/sgp/crs/row/R40961.pdf.
  1. World export 2009 – The world factbook – https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2078rank.html
1 European Union $ 1,952,000,000,000
2 China $ 1,204,000,000,000
3 Germany $ 1,145,000,000,000
4 United States $ 1,069,000,000,000
5 Japan $ 545,300,000,000
6 France $ 473,900,000,000
7 Netherlands $ 421,300,000,000
8 Italy $ 407,200,000,000
9 Korea, South $ 373,600,000,000
10 United Kingdom $ 356,200,000,000
  1. ECB – Statistical Data Warehouse http://sdw.ecb.europa.eu/quickview.do?SERIES_KEY=120.EXR.D.USD.EUR.SP00.A
  1. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/hicp/data/database

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One response

12 12 2010
Michele Marzan

E io che lavoro in Italia, per una azienda tedesca… e mando in DE tons of € (sic!). Doppio fallo.

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