PARTITI, DEMOCRAZIA INTERNA & BIMBIMINKIA

14 04 2013

In un recente incontro pubblico a Bologna, è stato nuovamente onorato del titolo di “bimbominkia” (come in diverse altre occasioni)  chiunque osi immaginare un mondo dove la democrazia possa esprimersi in modo diverso da “Aye o Nye” e per alzata di mano, possibilmente all’interno di una sala da pareti e soffitti a cassettoni  lignei, finemente intarsiati e che non dati meno di cinquecento anni di età.

Visione legittima, indeed… tuttavia oso dissentire da questa visione, che giudico un tantino obsoleta se non addirittura luddista.

Prima di avventurarmi nella apologia dei moderni strumenti di democrazia elettronica, credo che occorra però capire il perché dell’epiteto che ci viene così generosamente attribuito.

Lo farò con l’aiuto della Nonciclopedia che attraverso un test mi ha aiutato ad escludere la mia appartenenza alla categoria:

http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Test:Sei_un_bimbominkia%3F

Pur rassicurato quindi del fatto di essere estraneo a questa categoria, resta tuttavia la domanda del perché uno dei nostri “padri nobili” sia così profondamente turbato dagli strumenti di democrazia elettronica o “liquida”.

Cerchiamo quindi di inquadrare il problema. Quali sono i nostri obiettivi?

Per rispondere a questa domanda vi propongo una “case history” sul modello delle moderne Business Schools. Immaginiamo di voler creare un partito popolare, di ispirazione popolare che abbia addirittura ambizioni di governo. Stiamo quindi parlando di un partito da almeno il 10% ed idealmente al 15%-20%.

Immaginiamo anche di non volere il finanziamento pubblico ai partiti e di sostenerci solo attraverso il tesseramento e le donazioni spontanee, partendo da un intorno dello zero.

Si tratta quindi di raccogliere da 3 a 7 milioni di voti (su 46 milioni di votanti). Un simile obiettivo ci obbliga ad immaginare la capacità di comunicare con TUTTI gli elettori italiani (quindi fare in modo che ogni elettore ci conosca, a prescindere dalla sua intenzione di voto) e che si sia presenti negli oltre 8.000 comuni italiani.

L’obiettivo è chiaro. Quale la strategia di implementazione?

Nella nostra seppur breve esperienza, ci siamo resi conti che il tema del radicamento nel territorio è un tema rilevante. In tre mesi abbiamo creato 200 comitati. Con una velocità di “deployment” di circa 70 comitati al mese o 700 comitati l’anno (escludiamo agosto e dicembre per comodità).

A questa velocità di sviluppo per creare almeno 8000 comitati ci occorrerebbero da sette a dieci anni (in realtà probabilmente ci occorrerebbero almeno 5.000 comitati considerando solo le grandi città ed i 2.500 comuni sopra i 5.000 abitanti).

Le spese dichiarate complessivamente dai partiti per le elezioni 2013 sono state di circa 23 milioni di euro (http://www.abcrisparmio.it/guide/fisco-tasse/le-spese-dei-partiti-per-le-elezioni-del-24-25-febbraio). In termini statistici la nostra “share of voice” è stata del 6.5% a fronte del nostro investimento di 1,5 milioni di euro.

Al contrario va segnalato come il M5S abbia investito meno di 1 milione di euro per conquistare il 25% dell’elettorato, dimostrando la più grande efficienza della strategia di comunicazione basata su una sapiente strategia che mescola web 2.0, con la fisicità delle “adunate universali” (“tsunami tour”) che gioca come conferma materiale (ed elemento di rassicurazione e riscontro) della efficacia della comunicazione politica.

Queste cifre dimostrano la scarsa efficienza degli investimenti in media tradizionali. Il tema quindi della comunicazione diretta con la base elettorale è un tema centrale per sviluppare ogni strategia di comunicazione che non può prescindere dall’utilizzo dei media elettronici.

Come quindi sviluppare la base degli aderenti e degli attivisti?

Affrontiamo adesso un secondo tema. Quello della “partecipazione e del coinvolgimento”. La comune esperienza ci insegna che una idea, qualunque essa sia, si radica e diventa convinzione soprattutto se ce ne si appropria.

Il processo di appropriazione di una idea/innovazione passa attraverso diverse fasi (modello Everett Rogers) http://en.wikipedia.org/wiki/Diffusion_of_innovations:

  • Conoscenza . L’individuo è esposto all’innovazione ma manca di informazioni complete a riguardo.
  • Persuasione. L’individuo sviluppa interesse sull’innovazione e cerca ulteriori informazioni.
  • Decisione. L’individuo applica mentalmente l’innovazione alla sua situazione presente e a quella futura, quindi decide se provarla o meno.
  • Implementazione. L’individuo sperimenta l’innovazione su piccola scala per determinarne l’utilità nella propria situazione.
  • Adozione. L’individuo decide di continuare il pieno uso dell’innovazione.

Questo processo richiede quindi una interazione tra chi elabora un’idea e chi deve poi adottarla ed applicarla.

Il punto è quindi come fare per accelerare il processo di adozione di una idea innovativa.

Facciamo un altro esempio sulla velocità di diffusione di una innovazione “potente” : il telefono cellulare:

  • 3 aprile 1973: l’ingegnere americano Martin Cooper, che lavora alla società di elettronica Motorola, in questo giorno effettua per la prima volta una chiamata da un telefono cellulare. E telefona, da una strada di Manhattan, al suo diretto concorrente, il direttore di ricerca dei Bell Laboratories (AT&T).
  • Nell’aprile 1981 negli Stati Uniti, la Federal Communication Commission, avviò la concessione delle licenze per la telefonia mobile.
  • Nel 1983 veniva lanciato sul mercato il primo telefono cellulare: si trattava di un Motorola DynaTac 8000X, pesava quasi 8 etti e fu denominato per la sua forma, il mattone.
  • Nel 1986, in Europa, furono messi in vendita i primi cellulari.
  • Nel 1991 il tasso di adozione è 0,4%
  • Nel 2010 su scala mondiale è il 91,1%.

Una innovazione “potente” come il telefono cellulare ha quindi richiesto quasi quarant’anni per raggiungere il 90% della popolazione (mondiale). http://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/la-diffusione-del-telefono-cellulare-dal-1991-al-2010-animazione/

Per fortuna le idee si diffondono con maggiore velocità. Guardiamo il caso dei nuovi partiti come Lega e M5S (da Wikipedia)

“Il MoVimento 5 Stelle (M5S) è un partito politico italiano fondato il 4 ottobre 2009 da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio sulla scia dell’esperienza del movimento Amici di Beppe Grillo, attivo dal 2005 e presentatosi alle elezioni a partire dal 2008 con diverse Liste Civiche a Cinque Stelle.”

La Lega Lombarda è un partito politico regionalista e autonomista attivo in Lombardia, fondato il 10 marzo 1982 (ufficialmente il 12 aprile 1984), come Lega Autonomista Lombarda, da Umberto Bossi, dopo l’esperienza dell’Unione Nord-Occidentale Lombarda per l’Autonomia (UNOLPA), costituita nell’autunno del 1979. Alle elezioni politiche del 1987 la Lega Lombarda ottenne i suoi primi due seggi al Parlamento: Umberto Bossi fu eletto sia alla Camera (nella circoscrizione Como-Sondrio-Varese[1]) che al Senato. Optò per il Senato (diventando da allora il Senatùr); alla Camera gli subentrò Giuseppe Leoni.

Dunque a seconda da dove si calcoli il momento di partenza (2004 o 2008) va considerato un orizzonte da 5 a 9 anni per considerare lo sviluppo di un movimento politico che ambisca a forza di governo.

Oltre a ciò, l’esperienza del M5S dimostra una migliore efficienza, in termini di risultati, di quanto abbia espresso la Lega in un arco di tempo confrontabile, dimostrando la superiorità di un modello di sviluppo “misto” (web + banchetti) a quello di un modello tradizionale (banchetti & pratoni).

Parliamo infine di e-dem o democrazia elettronica o liquida?

Nonostante gli atteggiamenti avversi espressi da diverse parti, è interessante notare come la gran parte del dibattito che ha caratterizzato i nostri primi mesi di vita si sia proprio svolta sul web ed attraverso strumenti del tutto impropri come facebook, twitter e varie piattaforme di streaming, di cui anche i più acerrimi nemici fanno invece estremo (e spesso improprio) uso.

Perché un social media è uno strumento di e-dem inefficace?

Come tutti sappiamo un dibattito su facebook o twitter o altro si svolge attraverso delle sequenze lineari additive dove è pressoché impossibile formarsi un’opinione. Chiunque abbia provato a leggere un “thread” (una sequenza) di 200 messaggi sa di cosa si parla.

A peggiorare la cosa, non è pensabile utilizzare facebook o altri mezzi similari come strumento per vere inchieste (o pooling) o peggio per votazioni.

D’altra parte un partito deve vivere del contributo del più grande numero di aderenti ed attivisti ed esserne legittimato in continuità.

Qui va fatto un chiarimento : nessuno è così folle da immaginare un sistema di assemblearismo permanente o di utopica democrazia diretta ateniese.

Le ragioni sono del tutto ovvie. Chi, dotato della normale sanità mentale, se potesse esprimersi su ogni decisione, voterebbe a favore di qualunque tassa o qualunque decisione “impopolare”? Probabilmente pochissimi. Quindi sgombriamo il campo da ogni equivoco.

Ma allora di cosa stiamo parlando?

Nello sviluppo di una piattaforma politica, che voglia prendere in considerazione in modo adeguato anche e soprattutto le dimensioni territoriali ma non voglia trascendere nel populismo ci si deve dotare di strumenti che possano efficacemente permettere di:

  1. trasmettere idee e proposte SELEZIONATE. A meno che non si voglia, domani semplicemente trasmettere migliaia di e-mail a dei rappresentanti che non avranno mai la semplice capacità di leggerle, è l’equivalente elettronico di una petizione che per essere trasmessa ha bisogno di almeno un certo numero di sostenitori.
  2. Esprimere la propria opinione, attraverso un voto, su temi di rilevanza politica (elezioni primarie, selezione dei candidati, materie rilevanti l’attività legislativa).
  3. Votare nei momenti di voto previsti dallo statuto.
  4. Dibattere su temi in cui si ritenga di essere in grado di poter offrire un contributo specifico ma senza la necessità di essere fisicamente a Milano (o a Roma).

Offrire ai propri militanti queste possibilità vuol dire semplicemente dar loro voce, senza obbligarli a spostarsi fisicamente (con i costi di tempo e di denaro derivanti) ma raggiungendo ugualmente l’obiettivo di partecipare e di essere coinvolti.

Ma allora perché tanta veemenza ed opposizione a strumenti di partecipazione democratica?

Non lo so, anche se “a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca” diceva uno dei più astuti politici della nostra Prima Repubblica.

Non stiamo quindi discutendo di assemblearismo permanente (e sarebbe bello sapere da dove si siano desunte simili informazioni) ma di semplici strumenti partecipativi come lo sono stati il telefono o internet e di cui oggi nessuno saprebbe fare a meno.  

Tuttavia, vista la veemenza del dibattito tuttora in corso, temo che per alcuni il sospetto potrebbe essere che, ancora una volta, si voglia mettere la struttura (si potrebbe dire la  nomenclatura) , qualunque essa sia, al di sopra del solo e vero titolare del diritto di voto che è il singolo attivista tesserato,  attraverso meccanismi  in cui il rischio di non permettere all’individuo la piena e totalmente libera espressione della propria volontà è sempre presente .   Ma sia sempre vituperato chi pensa male…

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One response

13 05 2013
luigi

Info Molto utile. Spero di vedere presto altri post!

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