Né con la destra né con la sinistra, noi andiamo avanti.

16 05 2013

Immaginiamo, per una volta, di applicare un metodo “marketing” all’analisi della domanda politica in Italia. Cosa scopriremmo?

Probabilmente, ci renderemmo conto che sotto il profilo della domanda di politica l’Italia è un paese assai più normale di quello che appare.

Probabilmente troveremmo un’ampia parte della popolazione che aspira ad un apparato statale più leggero, meno invasivo, che lasci più spazio all’iniziativa privata e che “costi” di meno. Questa parte della popolazione è principalmente localizzata nel centro-nord e nelle aree urbane a forte industrializzazioni o terziarizzazione.

Potremmo definire questo combinazione elettorato/partito di tipo A

Troveremmo poi un’altra parte della popolazione che invece, sia per condizione professionale o geografica (mezzogiorno) è necessariamente più sensibile alle tematiche di welfare (o potremmo anche chiamarlo assistenzialismo) e che quindi sarebbe probabilmente maggiormente interessato ad un partito maggiormente connotato sui temi di assistenza e presenza dello stato.

Definiamo questa combinazione elettorato/partito di tipo B.

Per completare il quadro potremmo trovare una parte tendenzialmente minoritaria della popolazione particolarmente legata a concetto di Dio, Patria e Famiglia che potremmo definire conservator-tradizionalisti del tipo C ed una più o meno equivalente che invece ambisce a varie forme astratte di social-comunismo-ecologista che chiameremo infine del tipo D.

A mio parere questa è, per larghissime linee la domanda politica nel nostro paese che potrebbe trovare risposta in due partiti maggioritari del tipo A e B ed in un paio di partiti/movimenti che incorporino invece le istanze del tipo C e D.

Che cosa succede invece nel nostro paese “supply side”, dal lato dell’offerta politica?

La politica in Italia è stata finora, la tutela degli interessi di “cluster” della popolazione (gli inclusi) che hanno trovato “sponsor” in singoli partiti o addirittura singoli uomini politici. La tutela degli interessi degli “inclusi” è stata fatta largamente a spese degli “esclusi”attraverso il ricorso al debito pubblico procedendo “de facto” ad una larghissima ridistribuzione del reddito di cui i più grandi beneficiari sono stati proprio coloro che erano addetti alla spartizione, ovvero la “casta” politica ed i suoi primi livelli di trasmissione. L’ideologia (anticomunismo, fascismo, leghismo) sono state li “vestiti ideologici”, ma meglio sarebbe dire gli specchietti per le allodole, per attirare il voto degli “esclusi” di coloro che non avendo nulla da scambiare ritenevano di votare per un “ideale” (mai con i comunisti, mai con i fascisti, e così via dicendo).

Questo sistema politico si basava su un meccanismo di forza straordinario. Da un lato ci si garantiva il supporto elettorale delle classi “incluse” attraverso meccanismi di scambio (di varia natura ma alla fine sempre finanziaria e che variavano dall’art. 18 fino alla CIG finendo con gli ordini dei notai o il sistema delle licenze chiuse per esercizi commerciali e taxi). Dall’altra parte invece si abbindolavano gli “esclusi” attraverso slogan ideologici “contro” che non potevano essere mai contraddetti da nessun principio di realtà (votami perché sono “contro” i comunisti e lo sarò per tutta la vita…).

Le odierne categorie di destra e di sinistra in Italia quindi sono interpretabili attraverso questa lettura che è disconnessa dalla lettura della domanda politica ma semplicemente la derivata di decenni di aggregazioni e disaggregazioni di cluster di potere.

La impossibilità di perseguire il finanziamento di questo “pactum sceleris” basato sulla sistematica spoliazione degli esclusi a vantaggio degli inclusi ha messo in crisi il sistema politico, non riuscendo più a garantirne il supporto.

La progressiva disaffezione degli elettori alla politica, che ha oggi superato la metà dell’elettorato è la plateale dimostrazione di questo fatto.

Qualunque politica innovatrice che voglia rispondere direttamente a questo nuovo bisogno di politica dovrà scientemente e deliberatamente rifiutare le categorie esistenti e crearne di nuove.

Il Movimento 5 Stelle ha compreso questa semplice verità e ne ha correttamente interpretato il meccanismo ma è purtroppo guidato da una visione a dir poco astratta se non populista che rappresenta la risposta più facile alla inespressa domanda di politica del tipo B.

Per FARE il percorso dovrà essere simile ma più complesso avendo però ben presente che è del tutto assente, ancora, nello scenario politico un’offerta del tipo A…

Marco Saltalamacchia

Manifesto x Fare

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4 responses

16 05 2013
Alberto Clavarino

Se FARE si presentasse, senza le troppe ampollosità e professoralità della comunicazione iniziale, molto semplicemente con uno slogan sfidante ? ”Fare, il partito degli esclusi”. Sarebbe fortissimamente aggressivo nei confronti dell’offerta B, che parla di eslcusi ma divende i privilegiati. E chirarirebbe con una semplice frase di NON essere un partito elitario legato all’interesse dei pochi, come purtroppo viene oggi percepito. Che dici ?

16 05 2013
Marco Saltalamacchia

Caro Alberto, ti dico che sono molto d’accordo con te…

16 05 2013
Alberto Clavarino

🙂

17 05 2013
Massimo Orfei

Trovo l’analisi interessante, ma fuorviante. Non ritengo che la suddivisione del corpo elettorale in “inclusi” ed “esclusi” porti all’individuazione di iniziative politiche e di comunicazione politica capaci di attrarre consenso. La divisione della società in clusters socio-economici tendenzialmente autoreferenziali e portatori di interessi specifici che difendono è un dato imprescindibile di una società libera e dotata di istituzioni democratiche.
Definirsi partito degli esclusi significherebbe, ipso facto, definire un nuovo cluster con conseguenti inclusi/esclusi.
A mio avviso il ruolo di FARE nell’agone politico è quello di proporre una prospettiva mirata sulla mobilità sociale. FARE dovrebbe battersi non per la cancellazione dei privilegi in generale, ma per creare la possibilità che ciascun individuo possa godere di quei privilegi specifici del cluster di cui liberamente vuol far parte. E’ in questo senso che si dovrebbero declinare i concetti di società aperta, meritocratica e trasparente su cui il movimento è sorto.

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