FARE GAME OVER? Alias : quando le start-up falliscono

1 06 2014

Ho letto, con dispiacere, ma senza sorpresa, la decisione di Michele Boldrin di dichiarare conclusa la sua esperienza di politico (attivo, perché non credo che il daémon politico che è in lui possa semplicemente assopirsi).

La sua uscita segna inoltre anche la fine della start-up di FARE per Fermare il Declino e quest’ultima cosa è un bene, perché l’accanimento terapeutico non è mai cosa positiva ed anche perché da liberali dobbiamo anche essere a favore dell’eutanasia, quando è evidente che la semplice sopravvivenza del corpo senza coscienza, è solo una sofferenza ed un costo per sé stessi e per gli altri.

Qualunque sia la cosa che cercherà di reincarnare le idee di FARE, dovrà quindi farlo su basi completamente nuove e tanto maggiore sarà la sua distanza, anche fisica, dalla start-up fallita tanto meglio.

Chi non volesse ammettere che il caso Giannino e le lotte intestine conseguenti non abbiano pesantemente intaccato, ed in modo indelebile, la credibilità del movimento o è in malafede o è semplicemente un illuso.

Peraltro, se facciamo il tentativo di fare astrazione da noi stessi, la stessa “damnatio memoriae” del nome è stata subita dal professor Mario Monti, che certo uno statalista non è, e la conseguente estinzione di Scelta Civica, ben più spettacolare di quella di FARE, dovrebbe farci ugualmente riflettere.

Ma tutto ciò è, come dicono i tedeschi “Schnee von Gestern”, storia passata, forse solo utile a qualche tesista di sociologia.

In ogni caso le mie considerazioni precedenti valgono solo sotto il profilo del marketing politico mentre il punto che mi interessa sollevare è un altro e ben più rilevante. Nella stessa intervista, con cui Michele prende congedo dall’Italia, si sostiene che esista in Italia “uno spazio enorme per un partito liberaldemocratico”. Oggi ne dubito.

Quello che temo è che si sia confusa la ricetta economica per salvare il paese con una ricetta politicamente vincente.

Se dovessi immaginare un’iperbole, è un po’ come se il gruppo di economisti del Fondo Monetario Internazionale, o la famosa “Troika”, inviata in Grecia per evitare il default avessero cercato di ottenere preventivamente il consenso popolare per poter implementare le proprie “amare ricette”. O se si preferisce, è come se la Merkel si presentasse candidata come primo ministro in Grecia.

I due movimenti, Fermare il Declino ed Italia Futura e che, in modo disgiunto e talvolta parallelo, intendevano cambiare l’Italia, sulla base di molte idee comuni, sono entrambi rapidamente naufragati e sono adesso praticamente estinti.

Analizziamo il risultato delle elezioni europee, anche se in modo superficiale. A parte l’astensione (che tuttavia è fatto strutturale ed è cresciuta “solo” dell’8%) gli Italiani che hanno votato hanno espresso il loro voto al 40% per un partito che non ha mai fatto mistero del suo essere statalista, ma, cosa ancora peggiore, al 60% per vari ed articolati populismi (quello del M5S, della Lega, dei Fd’I ma anche in fondo del NCD, che su temi liberali come le unioni civili ma anche come dimostra il recente caso UBER, si dimostra per quello che è, un partito conservatore e populista).

Si dice che i liberali abbiano votato in massa per il PD. Forse si. Oppure no. Secondo me la realtà è che i veri liberali in Italia siano semplicemente i classici “quattro gatti”, per di più sostanzialmente divisi tra il “liberal sociali” ed i “liberal conservatori” (che a parte una generica comune propensione per la libertà economica, hanno per il resto assai poco da spartire).

Il voto liberale ha sostanzialmente toccato il suo massimo teorico (e storico) con il voto di Scelta Civica alle ultime elezioni politiche, peraltro anche “viziato” da logiche di “voto utile” e qualche “assist” di clientela UDC.

Leggo anche che ci sarebbe mancata la capacità di trasformare le idee in slogan. Possibile. Per conto mio, credo invece che le sole idee che abbiamo potuto trasformare il slogan erano quelle meno efficaci e più populiste (una per tutte, “Non più alto del Colle”) che giocavano sulla furia forcaiola dell’opinione pubblica e che avevano il terribile difetto di essere facilmente appropriabili dagli altri populisti. Cosa che è puntualmente avvenuta. Altre idee, meno populiste, hanno avuto assai meno fortuna.

La verità, secondo me, sta in termini assai più semplici. Mai come adesso, si vive in un epoca di populismo imperante. Ed al popolo si sa, piace la forca. Piaceva infatti tanto lo slogan “Stato ladro!” che però ugualmente era assai poco distinguibile da chi ugualmente amava urlare i medesimi concetti.

Insomma la mia analisi, un po’ amara devo ammetterlo, è che oggi più che mai l’offerta politica si stia orientando verso il populismo conservator-reazionario o il populismo socialistoide e che questa sia alla fine la sola scelta che ci è concessa.

Qualche filosofo politico potrebbe tentare di spiegarmi che è possibile utilizzare il populismo (gli slogan) “a fin di bene” , in modo di permettere al solito piccolo gruppo di illuminati di raggiungere il potere e poi di amministrarlo per il bene delle generazioni future. Mi si dimostri che questo è già avvenuto ed io sono pronto a ravvedermi e fare pubblica ammenda.

Che una minoranza di “illuminati” possa davvero cambiare le sorti del paese, attraverso la normale dinamica democratica, mi sembra davvero illusorio e ad essere sincero, non riesco a trovarne una controprova nella realtà politica recente di nessun paese.

È la democrazia, bellezza! E come disse Churchill, il peggiore dei sistemi di governo, eccezion fatta per tutti i sistemi finora sperimentati.

In fondo la vera differenza tra i paesi sta semplicemente nei meccanismi sociali, etici, e spesso legislativi, attraverso i quali la società riesca a proteggersi dal rischio congenito del populismo che è l’abuso di potere, a fini personali, delle leadership politiche che ne sono espressione. Con i paesi anglosassoni che hanno sviluppato dei meccanismi di migliore protezione e quelli “latini” che invece ne sono carenti e quindi più facilmente deviabili su percorsi a rischio democratico (dittature più o meno hard/soft).

Il rasoio di Occam mi impone quindi di riflettere su questo fatto. Il populismo paga politicamente, la ragione no.

La conclusione di questa analisi mi porta a concludere che se quindi la scelta politica che ci resta da fare è semplicemente tra i due “populismi” , forse sarebbe più produttivo occuparsi meno di “salvare il mondo” attraverso ricette che nessun politico avrà mai il coraggio di imporre (nemmeno Monti che non è un politico lo ebbe), ma piuttosto lavorare sulle regole del gioco, per assicurarsi che, chiunque la spunti, non lo faccia alla fine per il proprio interesse ed a danno dell’altra parte.

Ma credo che questo si chiami Giustizia ed Etica. Ma anche questa è una vecchia storia…

Marco Saltalamacchia

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3 responses

3 06 2014
Rio Pugliese

Parafrasando Mai Dire Gol, direi che “sono pienamente d’accordo a metà col mister”.
Inevitabile riconoscere che noi liberali siamo davvero quattro gatti e che una cultura liberale in Italia è praticamente inesistente.
Ma io — non so voi — ho votato il meno peggio per troppi anni; ho scelto tra le opzioni realmente possibili già troppe volte. Ora mi sono proprio rotto le palle. Il mio voto voglio darlo ad un movimento o partito che, almeno entro i limiti del ragionevole, mi rifletta.
Se poi saremo quattro gatti, pazienza, ne sarò dispiaciutissimo; ma di buttare il mio voto per sostenere un altro partitone statalista, io proprio non me la sento. Non ho più l’età.

3 06 2014
enzofabioarcangeli

“Qualche filosofo politico potrebbe tentare di spiegarmi che è possibile utilizzare il populismo (gli slogan) “a fin di bene” , in modo di permettere al solito piccolo gruppo di illuminati di raggiungere il potere e poi di amministrarlo per il bene delle generazioni future. Mi si dimostri che questo è già avvenuto ed io sono pronto a ravvedermi e fare pubblica ammenda.

Che una minoranza di “illuminati” possa davvero cambiare le sorti del paese, attraverso la normale dinamica democratica, mi sembra davvero illusorio e ad essere sincero, non riesco a trovarne una controprova nella realtà politica recente di nessun paese.”

Marco, c ‘è il caso – che mi fa molto riflettere per il DOPO- BERLUSCONI, tra un 10 anni forse – di Fernando Henrique Cardoso, Presidente del Brasile. Sociologo weber-marxista, decirìde a freddo di diventare il leader della dx. Min. Economia e poi Presidnete, liberalizza e modernizza a raffica.
Vargas Llosa voleva fare lo stesso, e sono – in questi 2 casi – grand’intellettuali DI SINISTRA che decidono l’impresa.

4 06 2014
averika

io invece credo nella potenza delle idee, purchè supportate da adeguate risorse (sia soldi x campagne mediatiche ed elettorali, sia leaders credibili e politicamente preparati) che ne permettano la diffusione.

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