“Siamo tutte oche?” si, ed anche miopi, cara Gabanelli.

3 11 2014

Per chi avesse visto la puntata di Report (Siamo tutte oche) di ieri, al netto del problema del disumano trattamento degli animali (sul quale concordo), credo che la tesi della Gabanelli si basi su un equivoco di fondo.

Ovvero che un posto di lavoro in Italia valga più o meno di un posto di lavoro in Romania, Bulgaria o Cina, specie su lavorazioni ad alta intensità di manodopera ed a bassa intensità di tecnologia e/o formazione.

Eticamente parlando, un posto di lavoro è un posto di lavoro, ovunque esso si trovi, il fatto poi che “il capitale” ricerchi quello a più basso costo non solo è giusto ma è anche dovuto. Naturalmente è necessario che ciò avvenga a “ragionevole” parità di condizioni sociali, ovvero senza sfruttamento minorile o condizioni di semi-schiavismo, nel qual caso bene fanno le diverse associazioni mondiali a mettere in piazza i casi di sfruttamento (vedi Apple o Nike).

Che poi anche i marchi del lusso lo facciano, nonostante la teorica “capienza” dei loro margini, è ininfluente, le aziende non sono delle ”charity” e devono perseguire l’interesse degli investitori, pena la loro crescente difficoltà o maggior costo nel reperire fondi sul mercato dei capitali.

Ma se il capitale è mobile è necessario che anche il lavoro lo sia e soprattutto è necessario che sia mobile sia geograficamente che professionalmente.

In altre parole, se un distretto industriale, per qualsivoglia ragione, perde di competitività, sia perché non riesce ad accrescere il valore aggiunto della propria produzione, o perché altri riescono a farlo meglio, la peggior cosa che la politica possa fare è utilizzare risorse pubbliche per perpetuare una situazione di inefficienza strutturale. Specie nel nostro mezzogiorno, un cassintegrato di 30 anni che permane in un sistema industriale non competitivo per diversi anni, finirà non solo per impoverire il proprio capitale di competenze ma anche ridurre le sue chance di reimpiego in settori con maggior potenziale o in aree di mercato con più elevato potenziale.

Il nostro paese è stato invece viziato (specie negli ultimi trent’anni) da una estrema bassa mobilità sia geografica, che professionale e sociale. Sembra che il solo “asset” competitivo di cui disponga un italiano sia dato dal proprio “sistema relazionale familiare” che, per definizione, non è mobile e che costringe specialmente i giovani a legarsi ad un territorio ed ad un preciso contesto sociale.

Questa struttura “familistica” (più o meno amorale) è uno dei cancri del nostro paese, la cui eradicazione, temo, richieda o un crollo totale del sistema o un’evoluzione culturale che di certo la mia generazione non vedrà (e forse anche la successiva).

Nel frattempo, purtroppo, assistiamo, al contrario, ad una esacerbazione di questo fenomeno, per cui i figli cercano di fare il lavoro dei padri, la politica cerca di mantenere i propri bacini elettorali finanziando settori inefficienti, e solo alcuni (sempre di più per fortuna), che hanno ben compreso la situazione, puntano invece sulla propria competenza ed emigrano verso lidi più favorevoli.

Immaginare che domani l’Italia riesca a dare lavoro a 60 milioni di cittadini solo attraverso il cachemire di Cucinelli o le mozzarelle di Farinetti credo che sia un’illusione, specie in un paese che pur avendo il più grande patrimonio artistico del mondo (grazie ai nostri avi), non lo sa nemmeno valorizzare (tutti i musei italiani assieme guadagnano il 25% meno del solo Louvre).

Mi rendo conto che i venditori di facili soluzioni ci spiegheranno che il male di tutto è l’euro o l’austerità, ma io credo fermamente che abbiamo davanti a noi due sole possibili scelte, di cui una facile e l’altra meno.

Quella facile è non fare niente, ed è quello che credo succederà al 99%. Il processo di impoverimento economico, sociale e culturale è già in atto da tempo ed un po’ alla volta, magari anche grazie ad un’uscita dall’euro conseguente alla vittoria di una qualche compagine populista, potremmo arrivare ad un livello talmente basso da tornare (finalmente!) ad essere i “cinesi” d’Europa.

L’altra è obiettivamente più difficile, e devo ammettere che ci sono riusciti solo i tedeschi prima con Schroeder e poi con Koehl, (facendolo in anni in cui era anche più facile e partendo da una posizione già forte , anche se appesantiti dalla riunificazione) ed è quella di puntare sull’export attraverso l’investimento sulla formazione, il riconoscimento del merito, sulla superiorità tecnologica e sulla creatività.

Ma per fare questo occorre buttare a mare tutte le zavorre. Partendo da questo grande mostro che ci opprime che è questo Stato onnipresente, onnivoro, ignorante, autoreferenziale, e soprattutto inutile e con esso tutte i privilegi dei centinaia di “clan” che col tempo lo Stato ha garantito.

Ma ci credo solo all’1%… nel frattempo, il mio consiglio è sempre: “si salvi chi può”.

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-3e1844c1-87db-4948-b074-3715bb98e66a.html

Marco Saltalamacchia

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