Caso VW : e se si trattasse semplicemente di guerra economica, semplicemente ben camuffata?

30 09 2015

Anche oggi, su Repubblica ho letto, con dispiaciuto disappunto vista la qualità professionale che pur riconosco agli autori, sentenze “sparate” sulla maggiore “severità” delle norme USA contro le norme EU in materia di regolamenti ed omologazioni sulla normativa anti inquinamento.

Le cose non stanno così. Cominciamo quindi a cercare di stabilire la verità dei fatti.

È importante che l’opinione pubblica sia informata e soprattutto che si decida quale sia l’inquinante dal quale desidera essere prioritariamente protetti, perché è bene dirlo subito, bisogna scegliere.

Se desideriamo che la nostra salute venga protetta (anche in ossequio al protocollo di Kyoto) dalla eccessiva produzione di CO2 , responsabile dell’effetto serra e del conseguente riscaldamento dell’atmosfera, e tutti gli altri effetti che ne derivano (scioglimento delle calotte polari, innalzamento del livello dei mari, mutazioni climatiche e chi più ne ha ne metta), allora è bene tifare per il diesel e per le norme europee che sono ben più severe di quelle USA in tal senso.

Se invece, ad inquietare i vostri sonni, sono i particolati ed in particolare (appunto) gli NOx e gli SOx (ossidi di azoto e/o di zolfo, chi fosse curioso legga pure qui) responsabili delle piogge acide e di altri potenziali danni alla salute dell’uomo, animale e piante (ma non al clima paradossalmente) allora sarà bene tifare per la benzina e per le norme USA, che invece privilegiano quest’ultimo aspetto.

Una volta stabiliti I fatti, provo però a stimolare una diversa riflessione e partirei da una interessante analisi che ho trovato qui dal titolo “U.S. and EU Motor Vehicle Standards: Issues for Transatlantic Trade Negotiations” ed elaborata ad uso dei membri del Congresso americano ed è datata febbraio 2014 in preparazione delle discussioni per l’avvio del negoziato meglio conosciuto come Transatlantic Trade and Investment Partnership o TTIP (si veda anche qui) in sostanza la creazione di una “mercato comune” transatlantico tra EU ed USA.

Come il documento ad uso del Congresso ci spiega benissimo, EU ed USA sono rispettivamente il secondo ed il terzo produttore mondiale di auto.

E, come si sa bene, l’apertura delle frontiere, normalmente costituisce la crescita della intensità competitiva, con la conseguente sparizione dei “player” più deboli. Ma da quale parte dell’Atlantico stiano realmente i più deboli non è cosa semplice da stabilirsi.

In termini tecnologici l’industria europea (che è stata tradizionalmente più protetta) si è sviluppata in modo diverso da quella americana puntando sul diesel e su auto più compatte ed economiche, cosa che ne ha favorito lo sviluppo nei paesi emergenti come ad esempio in Cina.

La tecnologia dell’iniezione diretta “common rail” (venduta negli anni ’90 a Bosch da Fiat, si veda qui ) ha poi certamente creato uno spartiacque tra benzina e diesel (che ricorderete fino ad allora era talmente malvisto in Italia da essere penalizzato dal superbollo) venendo a rappresentare una vera e propria barriera tecnologica.

Tant’è che in termini di sviluppo futuro l’Europa sta ponendo soglie sempre più ridotte di consumo di CO2 come obiettivo futuro (i famosi 130 gr/ CO2 per km di consumo di flotta dal 2020) creando così un’ulteriore barriera a potenziali nuovi entranti.

A corollario di questo ragionamento, aggiungerei un fattore non trascurabile e che produce un terribile “rumore di fondo” che non si può ignorare. L’industria petrolifera (anche a causa dei livelli depressi delle quotazioni del greggio) non investe più da anni in sviluppo di capacità di raffinazione, quindi il fatto che l’Europa vada a nafta (che in Europa costa meno della benzina) e gli USA a benzina (che lì costa meno della nafta) è anche figlio di questa situazione. Con le compagnie petrolifere americane che vendono nafta all’Europa (il diesel è una produzione meno raffinata della benzina e costa meno) e che hanno certamente interesse allo Statu quo (di certo non vedono di buon occhio la crescita di un carburante meno costoso nel loro mercato domestico).

A questo punto “à la guèrre comme à la guèrre” ed ogni mezzo è lecito (o quasi). Gli Americani di certo vogliono vendere cara la pelle e l’apertura di un’area di free trade atlantico comporterà necessariamente una convergenza delle normative che però non sarà neutrale per le rispettive industrie, comportando un vantaggio o uno svantaggio a seconda di quale strada si sceglierà di percorrere.

Incidentalmente, tra i due duellanti c’è anche il rischio del terzo che gode ed è la Cina che vedendosi riconoscere lo stato di “libero mercato” (sic! Leggete qui ) potrebbe, indisturbata giocare la sua parte ed infliggere alla nostra già barcollante economia il colpo di grazia.

Quindi, prima di lanciarsi in un esercizio di altissima “Schadenfreude”, godendo per la sofferenza della cattiva industria “tetesca” che frodando il povero consumatore americano, si gode indisturbata la propria posizione dominante, domandiamoci se in verità stiamo semplicemente (ed un po’ incoscientemente) recitando il “De profundis” dell’industria europea.

Marco Saltalamacchia

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