L’inevitabilità della Storia

27 08 2016

Negli ultimi tempi, ho dovuto constatare una mia crescente insofferenza nella lettura delle notizie quotidiane.

La ragione di questa reazione è da attribuirsi al fatto che molto di quello che leggo mi appare quasi scontato, addirittura banalmente prevedibile.

È maturata forte in me la convinzione che la natura umana non si sia evoluta per nulla con il progresso tecnologico e che quest’ultimo abbia semplicemente reso la vita umana più comoda, più lunga, ma non necessariamente “migliore”.

Debbo necessariamente qualificare questa idea di “migliore vita”. Per “migliore” intendo la teorica capacità umana (che, ahimè, temo non esista) a rimuovere le tante cause che determinano, oggi come duecento o duemila anni fa, conflitti, violenza ed in ultima analisi, infelicità.

Senza alcuna pretesa di scientificità, ho provato ad allineare queste considerazioni ed a trarne alcune conclusioni. Devo però allertare, chi volesse addentrarsi nella lettura delle stesse, che non è una storia a lieto fine.

Stiamo meglio o peggio?

La prima considerazione che mi piace fare è che, nonostante complottisti e catastrofisti di ogni sorta si affannino a spiegarci il contrario, oggi il mondo è un posto migliore di ieri.

La povertà mondiale è costantemente diminuita dal 1985 ad oggi (http://data.worldbank.org/topic/poverty): “According to the most recent estimates, in 2012, 12.7 percent of the world’s population lived at or below $1.90 a day. That’s down from 37 percent in 1990 and 44 percent in 1985” .

Di conseguenza, sono ugualmente migliorate le condizioni sociali ed igienico-sanitarie.

Negli ultimi duemila anni, l’aspettativa di vita si è praticamente triplicata passando dai 28 anni dell’antica Grecia ai quasi 70 odierni (https://en.m.wikipedia.org/wiki/Life_expectancy).

È ugualmente cresciuto l’accesso all’istruzione di crescenti fasce delle popolazione mondiale, (http://data.worldbank.org/topic/education): “Since 1990, primary school completion rates in countries supported by the International Development Association (IDA) have risen by over 50%. The gap between girls and boys completion remains, but it’s fallen by 70% since 1990 and is now smaller than ever.”.

Aggiungerei una considerazione non secondaria. Se facciamo attenzione alla crescita della popolazione mondiale negli stessi intervalli di tempo considerati, dobbiamo anche aggiungere il fatto, per nulla secondario, che beneficiari di questo miglioramento sono platee di centinaia di milioni di individui in più (https://en.m.wikipedia.org/wiki/Population_growth).

Se quindi un ipotetico quanto benevolo “Rex Mundi” attento al benessere dei suoi sudditi, guardasse al lavoro fatto, potrebbe farlo con soddisfazione.

Tutto bene, dunque? Quasi, anzi forse no.

Qui perde et qui gagne?

Per fortuna non è un gioco a somma zero e, come abbiamo visto, l’elenco dei beneficiari di questo progresso sono stati centinaia di milioni (forse qualche miliardo) di individui.

“The huge changes that have swept the world economy since 1980—globalisation, deregulation, the information-technology revolution and the associated expansion of trade, capital flows and global supply chains—narrowed income gaps between countries and widened them within them at the same time. The modern economy’s global reach hugely increased the size of markets and the rewards to the most successful. New technologies pushed up demand for the brainy and well-educated, boosting the incomes of elite workers. The integration of some 1.5 billion emerging-country workers into the global market economy boosted returns to capital, ensuring that the “haves” would have more. It also hit the rich world’s less educated folk with unaccustomed competition.” (http://www.economist.com/node/21564413)

Tuttavia qualche perdente c’è stato, ed anche qualcuno che conosciamo bene: noi.

Noi chi? Noi, i ricchi “occidentali” (e nel concetto di Occidente possiamo buscar il Ponente per il Levante, spingendoci al Nord America ma anche anche il Giappone). Si badi bene, non tutti gli Occidentali, ma in particolare modo la classe media (e qui in fondo metterei insieme ai “White Collars” anche i “Blue Collars” che grazie a secoli di lotte sindacali si erano anche loro guadagnati il loro posticino al sole).

“The “winners” were the middle and upper classes of the relatively poor Asian countries and the global top 1%. The (relative) “losers” were the people in the lower and middle parts of rich countries’ income distributions, according to detailed household surveys data from more than 100 countries between 1988 and 2008” (https://hbr.org/2016/05/why-the-global-1-and-the-asian-middle-class-have-gained-the-most-from-globalization)

Si noti bene, nel concetto di “perdente” non c’è una vera e propria perdita, ma una “perdita relativa”. In pratica, e credo appaia anche abbastanza ovvio, la classe media dei Paesi Emergenti ha beneficiato molto di più dalla globalizzazione che quella dei Paesi Sviluppati.

Strettamente correlato con questa “redistribuzione mondiale” della crescita c’è la perdita di competitività e di produttività dei Paesi Sviluppati:

“The productivity slowdown observed in recent years has occurred at a time of rapid technological change, increasing participation of firms and countries in global value chains (GVCs), and rising education levels in the labour force, all of which are generally associated with higher productivity growth. These seemingly contradictory facts have revived the debate on whether the productivity slowdown is a transitional phenomenon, a longer term condition or a function of mis-measurement.

Yet, the slowdown in productivity growth is not a recent phenomenon. Indeed, it is a common feature among advanced economies, and underlying long-term trends suggest that the slowdown predates both the crisis and the current technological wave which has created the digitalised economy” (http://www.oecd.org/std/productivity-stats/oecd-compendium-of-productivity-indicators-22252126.htm)

It’s the democracy, stupid! (alias : Il frutto avvelenato dei populismi)

In ogni caso, visto che fino a ieri a dettare le regole al mondo eravamo noi Occidentali, (oggi molto, molto meno) e che siamo tutti, bene o male, ben incardinati da solidi sistemi democratici, le nostre élites politiche devono comunque (più o meno) tener conto degli umori dei propri elettori e le conseguenze politiche di questo “impoverimento dell’Occidente” sono sotto gli occhi di ognuno.

Da Trump in USA, a Le Pen in Francia, passando per AFD in Germania, UKIP in UK ed M5S o Salvini in Italia, la crescita dei movimenti populisti appare costante e (quasi) inarrestabile.

“Pick an adjective to describe the current political mood—angry, anxious, populist—and one thing about the descriptor is certain: It will fit the atmosphere on both sides of the Atlantic equally well.” (http://www.wsj.com/articles/behind-the-rise-of-populism-economic-angst-1453199402)

Non è mio obiettivo dilungarmi qui sul “frutto avvelenato” del populismo, mi limito a ricordarne i risultati in Europa (due guerre mondiali, dittature, decine di milioni di morti), né tantomeno chiamare “les citoyens aux armes” contro i rischi liberticidi delle conseguenze degli stessi (quando e se verrà il momento, suggerisco un più saggio espatrio, salvo rientrare al momento giusto per beneficiare dei vantaggi dell’essere dalla parte giusta).

Voglio, per ora, limitarmi alla constatazione di questo fatto, assieme alla considerazione che, visto che i trend di cui sopra sono “megatrend” abbastanza ineluttabili e dotati di una forza che supera, e di parecchio, quella delle singole nazioni, è facile stimare che le cose non siano destinate a cambiare verso ma solo velocità.

Aggiungo che le “polpette avvelenate” che questi populisti ammanniscono al popolo vanno tutte nella medesima direzione di peggiorare ulteriormente le condizioni di vita dei propri elettori.

Ma così va il mondo.

Povera Italia (alias la Decrescita Infelice)

Proviamo adesso a “zoommare” sul nostro “povero” Paese.

Butto giù sul tavolo di analisi un paio di considerazioni banali.

  1. L’Italia non fa eccezione alla generale regola dell’allungamento dell’aspettativa di vita. Anzi con 80,1 anni di speranza di vita alla nascita per gli uomini (84,4 per le donne) siamo in testa alle classifiche mondiali. (http://www.istat.it/it/archivio/80308)
  2. (derivante dal fatto 1) La sostenibilità dei sistemi di welfare e pensionistici è messa in crisi dall’allungamento della vita. Intere classi di età di lavoratori devono permanere più a lungo (anche se in modo più precario) nel sistema produttivo.
  3. Conseguenza di 1+2 , abbinata alla riduzione/stagnazione del Prodotto Interno Lordo, peggiorata dalla stessa riduzione di produttività e della competitività, significa meno lavoro disponibile per tutti e soprattutto un ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani sempre più ritardato (la disoccupazione giovanile nel 2004 era del 22% oggi si viaggia sul 37-38% dopo aver toccato valori al 44% (http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCV_TAXDISOCCUMENS)
  4. La sola soluzione per il nostro Paese sarebbe di stimolare la crescita ad ogni costo, per creare maggiori opportunità di lavoro e di impresa, cercando così di accomodare tutti. Ma piuttosto che allargare la torta ci si azzanna a spartirsi quella che c’è e che diventa sempre più piccola. Anzi, trovano maggior credito politico i cantori della Decrescita (Infelice) anziché i dispensatori di amare ricette (appare quasi lapalissiano, vero?).

Con buona pace di Malthus

Cominciando a tirare qualche somma la cosa potrebbe vedersi così. La tanto odiata Globalizzazione, ovvero l’apertura di mercati sempre più grandi ha comportato la crescita economica ed anche sociale del resto del mondo (pur nei limiti derivanti dei rispettivi punti di partenza). Contemporaneamente ha determinato il relativo impoverimento delle classi medie delle antiche economie egemoni.

In sostanza, le classi medie asiatiche (ma forse tra un po’ anche quelle africane) partecipando alla crescita economica dei propri paesi cominciano a beneficiare di un crescendo benessere, mentre, al contrario, nei paesi “sviluppati” la progressiva delocalizzazione dell’industria ha determinato il fenomeno contrario.

La crescita mondiale economica è stata possibile anche in presenza di una consistente crescita demografica e, per l’appunto, con buona pace di Malthus.

A chi cercasse qui di cogliere l’avvio del trend inverso, predicando le magnifiche e progressive sorti del “onshoring” (il riportare indietro le produzioni), dico solo che in un economia globale il capitale segue il miglior rendimento (come ognuno di noi cercherebbe di fare se avesse due euro da parte da investire) e che il giorno in cui l’operaio cassaintegrato italiano costerà meno del suo collega pakistano, probabilmente assisteremo ad un rimpatrio delle produzioni (onshoring) consistente.

Schiavi del nostro inguaribile ottimismo, potremmo dire che, piano piano, le differenze sul costo del lavoro si ridurranno, tuttavia temo che i tempi di una possibile convergenza non siano compatibili con le aspettative di intere generazioni.
(https://www.atkearney.com/strategic-it/global-services-location-index).

In ogni caso, se da un lato, il bilancio socio-economico di questo “shift” globale è largamente positivo (i beneficiari sono molti di più di coloro che ne hanno derivato svantaggio) appare del tutto evidente (in tutto l’Occidente) l’incapacità politica delle “élites” a gestire questo fenomeno.

Con tutta la buona volontà, troverei oltremodo complicato spiegare ad un cassaintegrato in mobilità che deve farsi una ragione del suo misero stato, e che grazie al suo”sacrificio” oggi decine di cinesi, indiani, o pakistani stanno nettamente meglio di cinquant’anni fa.

Credo che come minimo mi beccherei una randellata in testa. Certo, potrei provare a spiegargli che ci vuole più liberismo e non meno, ma temo che gli argomenti del primo Salvini che passa, farebbero più presa su di lui. Quindi non mi ci metto nemmeno a spiegarglielo (anche perché ci ho già provato, con scarsissimi risultati).

Tuttavia questo è esattamente il punto. E qui comincio a distanziarmi dai miei amici economisti sulla praticabilità “politica” del raggiungimento di un equilibrio reciproco ricardiano. Ragiono non tanto sulla bontà della teoria (e ci mancherebbe altro), ma sui “costi di transizione” (socio-politici) necessari al raggiungimento di quell’equilibrio.

In particolare, penso appunto ai potenziali costi politici di transizione ed alla loro sostenibilità sociale, senza cadere nella trappola dei populismi. Al netto di ogni possibile distinguo, la crisi degli anni ’20 del secolo scorso ha generato le nefaste conseguenze che tutto ben conosciamo.

Paradossalmente, quelle conseguenze nefaste, la distruzione di intere città e di milioni di persone, generò il positivo effetto delle economie di ricostruzione, al pari dell’ingresso della forza lavoro femminile nel ciclo produttivo.

Sempre restando nel paradosso, (che, a ben vedere, tanto paradosso non è) nella storia umana, guerre ed epidemie, riducendo drammaticamente la forza lavoro e sconvolgendo le precedenti gerarchie sociali, generarono successivi periodi di crescita e di sviluppo per larghi strati delle popolazioni.

Senza la Peste Nera non avremmo avuto il Rinascimento. Si calcola che tra il 1350 ed gli inizi del 1400 abbia perso la vita un terzo della popolazione europea, pari a 20-25 milioni di persone. Il crollo dell’offerta di manodopera successivo determinò la crescita dei salari e la necessità di manodopera specializzata. La nascente classe mercantile spinse per l’alfabetizzazione dei “servi della gleba” e la nascita della stampa ne fu una conseguenza diretta (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Peste_nera).

La sconsolante conclusione che però occorra un drastico CTRL-ALT-DEL biologico-sociale dell’Umanità attraverso guerre o epidemie per rimettere “tutto a posto” è tanto terrorizzante quanto demoralizzante sulla capacità umana di evolvere socialmente oltre che materialmente.

Che fare?

Lasciando riposare in pace nella Piazza Rossa, il vecchio Vladimiro Ilic Ulianov , comincio a convergere verso il titolo di questa breve riflessione agostana.

La mia risposta alla domanda sul “che fare” è orribilmente semplice: Non c’è niente da fare (tranne, forse, provare individualmente a salvarsi il culo).

Diventando più vecchio, non faccio eccezione alla regola che vuole che con l’età cresca anche il grado di cinismo con cui si guarda alle cose, e si perda quella fiducia nella capacità di cambiare il mondo che, al contrario, si nutre da giovani.

Credo sempre di più, infatti, che le determinanti della Storia Umana siano le risultanti delle forze componenti le singole forze umane, con tutta la loro limitata razionalità ed emotività e specialmente frutto delle pulsioni primitive (gli spiriti animali) che animano il nostro comportamento e che queste siano evolute assai poco nel corso dei millenni.

Tuttavia, nel mondo che viviamo, va tenuto conto di alcuni fattori innovativi che, innestati sui “meccanismi naturali” di cui parlavo prima, possano fungere da fattori scatenanti.

Penso in particolare all’allungamento della vita umana, alla sconfitta di molte malattie, alla crescente meccanizzazione dei processi industriali, alla decrescente rendita del capitale.

Questi fattori, fungono da acceleratori dei processi umani, spingendo certi fenomeni di convergenza al proprio punto di equilibrio più rapidamente che nel passato.

In sostanza, la domanda che mi pongo è se e come l’Occidente saprà o vorrà gestire questo spostamento degli equilibri mondiali verso Oriente.
La scoperta dell’America spostò il polo commerciale dal Mediterraneo all’Atlantico e noi Italiani, che, come al solito, beneficiavamo di una semplice “rendita di posizione” ne facemmo le spese più degli altri, meglio posizionati geograficamente, politicamente ed economicamente.

Oggi è certamente l’Europa a correre il rischio di questa marginalizzazione, e, non so perché la sua divisione in così tanti Stati e Staterelli mi ricorda terribilmente l’Italia del Machiavelli.

Per il resto, come è andata a finire la Storia, lo sappiamo bene tutti.

Quando la Storia bussa alla tua porta, sarà bene ricordarsi che è meglio non farsi trovare a casa…

Marco Saltalamacchia

 

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